La Pinacoteca di Brera si rinnova

Mantegna visto da Ermanno Olmi
Tre pareri sul nuovo allestimento

La Pinacoteca di Brera ha un nuovo scenografico allestimento di due dei suoi maggiori capolavori: il Cristo morto di Andrea Mantegna e la Pietà di Giovanni Bellini.
Il progetto realizzato da Ermanno Olmi, tiene conto non solo dei valori emozionali di questi due straordinari dipinti della pittura rinascimentale, ma è delineato anche secondo un’attenta valutazione dei dati storici e compositivi, in particolare ai valori prospettici, luministici, cromatici e iconografici, oltre che alle problematiche conservative. I lavori sono realizzati sotto la direzione dello studio di architettura di Corrado Anselmi, e per l’illuminotecnica di Metis Lighting e dello studio Maronati.
Il dipinto del Mantegna nel nuovo allestimento è posto sul fondo di una saletta a lui solo dedicata ed è anticipato con un effetto “sorpresa” dalla Pietà di Giovanni Bellini. Una sintesi in cui architettura museale e opere esposte sono a parere del grande regista tra loro più coerenti, con la possibilità di offrire al visitatore diversi punti di vista creando un ideale dialogo tra i due capolavori.
Il dipinto di Bellini è inserito in una vetrina, mentre la tela del Mantegna è stata collocata in una nuova teca.
Al di là della tavola del Bellini, grazie a uno studio progettuale basato su prospettiva, altezza e illuminazione, è stata posta la tela del Cristo morto di Mantegna.
Spiegano alla Pinacoteca di Brera “…il progetto di Olmi è in grado di valorizzare le potenzialità drammatiche dei due dipinti, dando vita a una nuova visione che nel pieno rispetto delle regole espositive rivoluziona i tradizionali criteri museali”.
Olmi, “maestro del silenzio e del dramma” così l’ha definito la soprintendente Sandrina Bandera nella conferenza stampa, con questo progetto ha voluto sottolineare il significato profondo del Cristo morto, fra le opere presenti nel suo studio alla sua morte. Per la Pinacoteca di Brera, una lezione quella di Olmi “di serietà, di attenzione e di rigore, ma anche un modo per riscoprire questi dipinti e consegnarcene un’immagine di profonda verità”.

Il progetto di Olmi in particolare per il nuovo allestimento del Cristo Morto del Mantegna ha sollevato dibattito. Sul Corriere della Sera, Andrea Carandini, ha scritto che «una pittura figurata non è la realtà e neppure una illusione di essa, ma una rappresentazione per quanto realistica e prospettica, cioè una interpretazione tanto sofisticata da ridurre il tridimensionale nel bidimensionale…l’arte è educazione all’artificio, non alla naturalità sacrale. Se poi mettiamo l’oggetto smaterializzato alla stessa altezza dal pavimento che supponiamo essere quella in cui nel quadro è il Cristo, cioè sul coperchio di un sarcofago, allora ancor più rendiamo magico l’oggetto artistico, fatto al contrario per possedere una parte del mondo o di un sogno in una stanza”
Vittorio Sgarbi su Il Giornale nuovo, dopo aver ricordato la sua soddisfazione nel disporre di togliere da una parete schiacciata contro un’altra del Museo dell’Ottocento, il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo (ora collocato in apertura nella Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale, ndr) “Era meraviglioso vedere il gruppo di operai e contadini venirti incontro dalla parte opposta della lunga aula. Ma, perché l’effetto fosse compiuto, imposi che il dipinto – orizzontale – non stesse su un piedistallo ma a terra, per simulare la marcia del popolo verso di noi. Non si tratta certo di un quadro da stanza o da salotto. Ma neppure il Cristo Morto lo è. E Carandini dimentica i tanti affreschi con il tema della pietà dipinti sul fronte degli altari, più o meno all’altezza decisa da Olmi per il Cristo Morto di Mantegna.Restano altri rilievi, non privi di sostanza, che mettono in discussione l’isolamento, sulla parete nera, e l’illuminazione sagomata, con l’effetto di una diapositiva che, mentre aumenta la concentrazione sull’immagine, determina l’equivoco di una riproduzione”. E prosegue “…Dai tempi di Carlo Scarpa, si è perduto il rispetto e la sottolineatura che, a un capolavoro, danno, anche se suggestive ma necessarie, le cornici. Così si è colpevolmente perduta la cornice de La Tempesta di Giorgione e, ora, si è eliminata quella del Cristo Morto di Mantegna. In una collocazione definitiva, terrei tutto il buono della proposta di Olmi ristabilendo il legame con il contesto attraverso la cornice, superando l’equivoco democratico riproposto da Carandini…”

Gianni Forcolini, lighting designer e socio AIDI, ci ha inviato una breve nota sul nuovo allestimento del “Cristo morto” che volentieri pubblichiamo, e saremo lieti di ospitarne altre di storici dell’arte, di lighting designer e architetti.
“Se l’intenzione era portare nuovo pubblico alla Pinacoteca di Brera, il risultato è stato raggiunto, ma al prezzo di una lettura della famosa opera di Andrea Mantegna “Il Cristo morto” che è apparsa ad alcuni arbitraria nonché opinabile. Gli allestimenti che interpretano i capolavori artistici in modo diverso rispetto alla tradizione sono in genere temporanei, ma qui si tratta della rimodellazione della Sala VI della Pinacoteca, un nuovo assetto che resterà nel tempo. La soluzione allestitiva in questione è costruita in uno spazio completamente buio. L’opera è isolata dal contesto del museo e si favorisce così il diretto rapporto tra l’osservatore e l’opera escludendo la visione del contesto, compresi gli altri visitatori. L’illuminazione accentua l’isolamento perché è data da un solo fascio luminoso sagomato esattamente sul contorno della tavola che appare così come se fosse fornita di una propria luce, al pari di uno schermo televisivo. L’effetto spettacolare, teatrale o cinematografico, è accresciuto dall’assenza della cornice e dall’inserimento dell’opera nella apertura ritagliata in una grande parete nera.
Altro elemento che sorprende è la collocazione ribassata, sotto il normale orizzonte dell’osservatore in piedi (in sito non ci sono sedute). Tra il bordo inferiore dell’opera e il pavimento ci sono 67 centimetri. Si è voluto dare fede a una ipotesi: Mantegna avrebbe avuto l’abitudine di pregare in ginocchio di fronte a questo quadro di devozione conservato nella sua casa. Un tentativo dunque di contestualizzazione basato però su una tesi non confermata dagli storici dell’arte.
Infine alcune note sul soggetto del quadro. L’ambiente totalmente oscurato accentua l’effetto mortuario della scena che si caratterizza cromaticamente su una gamma ridotta di toni. La pur minima presenza di luce naturale della collocazione precedente (nella stessa Sala ma nella zona fornita di lucernario) restituiva al soggetto la dinamica del passare del giorno e permetteva di cogliere le varianze cromatiche che la staticità della luce artificiale proiettata inevitabilmente esclude. Tutti sanno (almeno i credenti) che Gesù non muore veramente, neanche nel capolavoro di Andrea Mantegna, ma in questo allestimento sembra sparire ogni barlume di speranza.